Monthly Archives: January 2012

Le ultime foto di St. Petersburg

Il vecchio con i tre pappagalli

Il minareto del Contry Club

Uno dei tanti barboni in villeggiatura

Il motel con la scritta sbiadita

La prima filiale Chase che ho visto da quando ho lasciato New York

Un vialetto di St. Petersburg

Un gatto in vetrina

Una ragazza che studia in spiaggia

Un anziano che dorme

Una coppia di anziani teenager

Un pellicano in posa

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Obama for America, St. Petersburg

L’esterno dell’ufficio di Obama for America a St. Petersburg, aperto il 29 gennaio

Due ragazze si segnano per fare le volontarie. Alle spalle i compiti della settimana

La stanza sul retro

Il modulo per fare i volontari per Barack Obama

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Le prossime tappe

Ora sto andando a Tampa, al quartier generale di Romney e di Obama. Alle otto più o meno sarà proclamato il vincitore. Probabilmente Romney, che secondo il New York Times aveva 15 punti di vantaggio su Gingrich. Domani mattina partirò per Las Vegas, arriverò alle 6 del pomeriggio ora locale e continuerò a sbagliarmi con l’ora per almeno due giorni. Ho parlato con Brian, il fotografo di 52 anni che mi ospiterà. Si è offerto di venirmi a prendere all’aeroporto e mi ha detto di non prendere impegni per le 8 di sera. Ci sarà l’happy hour del Couch Surfing. Ho accettato con l’entusiasmo di un esule, ma andrà a finire che sarà divertente. Tuttavia ho pensato che questi sono gli inconvenienti del Couch Surfing. La cosa che ho appena fatto, invece, è stato comprare un biglietto d’autobus da Las Vegas a Denver, che in 15 ore e senza trasferimenti, ma solo qualche pausa, mi porterà a seguire le primarie del Colorado attraversando lo Utah. Partirò all’una di notte, dopo il voto del Colorado, e arriverò alle sei del pomeriggio del 5. E in qualche modo non vedo l’ora!

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Obama for America

Continuo a credere di aver scampato l’inverno, ma di tanto in tanto mi accorgo che non è vero, che è solamente finito gennaio. Le prossime tappe mi porteranno verso ovest e poi verso nord. Il caldo di questi giorni tornerà a essere un sogno. Mi godo queste ultime ore passeggiando scaldato dal sole di St. Petersburg. Qui scendono i vecchi barboni del nord est per passare l’inverno in un posto caldo e sicuro, senza rischiare di morire fuori da Grand Central, a New York. Per strada si notano gruppetti di anziani coi capelli bianchi e la pelle segnata dalle intemperie che parlano e ridono. Odorano di tabacco e di birra, ma non hanno le facce provate e stanche che hanno a New York. In giro la gente chiede un dollaro per il pullman, ogni tanto si vede un gruppo di ispanici seduti in un vicolo, riparati da un ombrellone che è stato tirato fuori troppo presto. Questo sole arrossisce soltanto la pelle di quelli troppo bianchi, come me. Infatti mi ritrovo le guance che bruciano. Oggi è lunedì e la spiaggia è deserta, così come i parchi che già nel weekend sembravano troppo grandi, mentre ora sono semplicemente vuoti. Il lungomare è popolato di gabbiani che si mettono in posa per una foto, in spiaggia ci sono solo un paio di persone, una ragazza che studia sdraiata su un asciugamano e un anziano che dorme in una posizione innaturale. Dietro di loro vedo una coppia di vecchi teenager in pantaloncini corti che si tengono per mano. Hanno circa settanta anni. Oggi ho visto un motel con la scritta sbiadita, la prima filiale di Chase da quando ho lasciato New York, un gatto in vetrina, cavi dell’elettricità che percorrevano paralleli i vialetti alberati e infine il regno delle parrucche, Wig Villa. A fianco c’è l’ufficio di Obama for America, che a St. Petersburg ha aperto appena due giorni fa. Ho camminato mezz’ora per arrivare fino a qua. Lo guardo da fuori e la prima impressione è che sia ancora un po’ sottosopra. C’è solo un grosso striscione appeso in alto con il marchio della campagna di Obama, “2012 barackobama.com”. Quando entro c’è un ragazzo che credo sia appena uscito dal college. Ha una felpa verde con la zip, è seduto in maniera scomposta sul divanetto e ha un computer fra la pancia e le gambe. Si chiama Jakob. Mi guarda e mi chiede se può fare qualcosa per me. Come al solito sbaglio e mi presento come un giornalista. Resta un attimo perplesso mentre mi fissa da sotto le sue sopracciglia folte e wasp, poi va a chiedere consiglio nella stanzetta sul retro. Nel frattempo io osservo l’anticamera spoglio dove oltre al divano c’è solo una scrivania. La ragazza afroamericana che ci è seduta mi osserva con uno sguardo di commiserazione, sapendo già che nessuno mi rivolgerà la parola. Io guardo lei, quando entrano due ragazze che compilano i moduli per arruolarsi come volontarie per la campagna del presidente, una macchina da un miliardo di dollari che Jim Messina gestisce a Chicago. Alle loro spalle vedo appesi al muro dei grandi fogli con i compiti dei prossimi giorni e i nomi dei volontari. Oggi c’è il Voter Registration Training, domani sarà invece il turno delle telefonate a tutto il vicinato e per ora sono otto i volontari iscritti. Jakob torna con un numero di telefono scritto su un foglietto di quaderno e mi dice un nome. “Sabrina Caprioli, per queste cose devi parlare con lei. Nessuno in questo ufficio è autorizzato a parlare con la stampa”. E’ a Tampa. Esco e la chiamo. E’ gentile, mi dice che anche lei non può parlare on the record, ma mi invita al quartier generale di Tampa domani, proverà a farmi parlare con qualcuno. “Sai, sono per metà italiana”, mi dice con orgoglio. “Avevo immaginato”, rispondo ridendo. “Domani, alle 6.45, ti mando un’email”, mi ricorda prima di riagganciare. Sarà un ultimo giorno pieno, quello di domani sulla baia di Tampa, sospeso fra il quartier generale di Romney e quello di Obama.

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Ricordatevi di votare per Romney

Quando una signora di una certa età con cui hai parlato mezz’ora per strada ti chiede “are you on Facebook” fa sempre un certo effetto. A Regula, la signora di origine svizzera che me lo ha chiesto, dico però di sí molto volentieri. Abbiamo avuto una lunga, piacevole e causale conversazione in riva al mare. Ha i capelli grigi e ricci raccolti in una coda, un gilet da cui esce una camicia di jeans e uno sguardo dolce. L’accento tedesco le è rimasto molto forte, specialmente quando mi da ragione. “Vright”, mi dice strascicando la R. Con Regula c’è il marito Walter, che ha 80 anni e forse 20 più di lei. Molto simpatico, con delle lunghe basette bianche da rude boy e i capelli candidi che gli escono da sotto la visiera del cappellino da baseball. “Proprio oggi abbiamo ricevuto un paio di telefonate dalla campagna elettorale di Romney”, mi racconta Regula. “Volevano ricordarci di andare a votare domani e sapere se eravamo ancora con Romney”. Quattro anni fa Regula e Walter hanno votato per Romney, a loro l’ex governatore del Massachusetts piace, lo reputano un uomo onesto. “Credo che la gente sia solo invidiosa dei suoi soldi” dice Walter con un sorriso da Babbo Natale. “Per questo non voleva rivelare la sua dichiarazione dei redditi”. Regula e Walter sono pratici in quello che dicono. “L’America ha bisogno di qualcuno bravo con i soldi, qualcuno che sia in grado di amministrare economicamente il paese”. Sono sposati da venticinque anni, Walter vorrebbe andarsene in Svizzera, ma Regula si rifiuta. “Mica c’è questo clima qua”, gli dice facendomi l’occhiolino. “Sono d’accordo”, rido io. “La Svizzera è fredda, qua si sta benissimo”. Regula mi racconta di quattro anni fa, quando andarono al rally di Romney al Vinoy, l’albergo più caro di St. Peterburg. “Disse che era un bad loser, uno che non ama perdere e non ne è capace”, ricorda. “Ma quella volta credo che già lo aveva capito che McCain avrebbe vinto. Stavolta mi sembra diverso, credo che arriverà alla nomination. Non capisco come la gente possa votare Gingrich”. Gli racconto che in giro ho visto solo cartelli a favore di Ron Paul, e mi lasciano di stucco. “Oh, a noi piace Ron Paul, credo solo sia un po’ vecchio”, mi dice il marito. “Oh Walter, non la metterei sull’età”, ribatte Regula col suo accento tedesco. “Secondo me Ron Paul ha buone idee e piace molto ai giovani, anche io in giro vedo solo cartelli per lui. Fa bene a essere contro la guerra, a cosa serve spendere tutti i nostri soldi in paesi stranieri?”. Il problema, secondo lei, è che la gente non gli darà fiducia. “E cosa pensi di Santorum”, mi chiede. Non so cosa rispondere, così le racconto la storia della foto del feto abortito dalla moglie che l’ex senatore della Pennsylvania tiene sulla scrivania. “Vedi?”, risponde Regula dando sorridente di gomito al marito, “te l’ho detto che è un estremista”. Walter la guarda, poi si rivolge a me. “A me piace Santorum, è molto religioso”, dice. “Un po’ troppo”, ribatte la moglie. “Non capisco come possa dire alle persone di fare più figli, non ci sono soldi, le famiglie americane non riescono a tirare avanti, l’ultima cosa che possono fare sono i figli”, dice scuotendo la testa. “Credo che il problema di Romney sia più che altro religioso”, ammette Walter. “Gli americani ai mormoni non li vedono di buon occhio, anche se le cose stanno cambiando. Tutti i mormoni che ho incontrato erano brave persone. Non bevevano, non fumavano, erano educati… vanno anche due anni in giro per il mondo a fare i missionari”, spiega. “Però la storia di Joseph Smith proprio non mi torna”, aggiunge riferendosi al profeta dei mormoni che raccontò di aver avuto visioni a partire dagli anni venti dell’ottocento, quando era ancora adolescente, per poi scrivere a 25 anni, nel 1830, il Book of Mormon, la bibbia dei mormoni. Walter e Regula sono scettici, ma comunque domani voteranno per lui. “Sono un po’ come Scientology”, aggiunge Regula. “Hai visto a Clearwater, è tutto loro”, mi dice parlando della cittadina vicina. Non lo sapevo. “Quella è gente strana, ti controllano, non mi piacciono per nulla”, dice continuando a intendere Scientology. Continuiamo a parlare per un po’, scherzano un po’ sull’Italia che per gli svizzeri è inaffidabile e su Berlusconi, prima di andare ognuno per il suo lato del canale che separa il centro di St. Pete, come la chiamano qua, dal quartiere residenziale. “Ci piace la politica, non ci capisco nulla, ma mi piace un sacco”, mi dice Regula salutandomi con un grande sorriso, senza rendersi conto che le loro parole raccontano i dubbi e le scelte di mezzo paese.

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Le seconde impressioni su St. Petersburg

St. Petersburg è una città residenziale e non si sente parlare di politica. È un luogo civile e mi dicono che ogni incrocio qua è una dimostrazione di democrazia: tutti si fermano per lasciar passare chi è arrivato prima. Questo oltretutto è stato uno dei primi posti al mondo a utilizzare l’acqua riciclata, usata per innaffiare le piante. Case con il garage si alternano ad altre case con il garage. Le Buick, le Toyota e le Chevrolet restano di guardia a controllare, immobili nei vialetti, in silenzio. Bambini in bicicletta ansimano per raggiungere i genitori. L’unico cartello elettorale che ho visto in giro, di nuovo, è per Ron Paul. Il deputato texano fa presa soprattutto sui giovani, e anche se qua ce ne sono pochi i suoi sostenitori si dimostrano sempre i più fedeli, entusiasti. Su un paraurti un adesivo svela l’animo conservatore del suo proprietario. “Se pensi che l’assicurazione sia cara ora”, si legge, “aspetta che diventi gratuita”. I grandi parchi che costeggiano il mare sono spesso vuoti. Ci sono campi da beach volley per i quali c’è poca fila. Ci sono cani che tirano i padroni sui rollerblade e pellicani che scendono in picchiata. Non ne avevo mai visti e sono incredibili per come rallentano, esitano e poi si buttano con tutto il peso verso il mare. E poi canne da pesca, panama, biciclette. Qui si trasferiscono i pensionati, per scaldare un sangue ormai freddo al sole. Li vedi in giro vestiti in pantaloni corti e camicie hawaiiane o in jeans e maglietta. Oppure con pantaloni kaki e camicia. Ci sono anziani in forma, anziani malati, anziani abbronzati, anziani bianchicci, ma soprattutto anziani vestiti da bambino, anziani con l’orecchino, anziani coperti di tatuaggi, anziani che giocano a beach volley e anziani con tre pappagalli addosso su un triciclo gigante, con un amplificatore sul portapacchi che spara musica rok anni sessanta. Beh, in realtà questo era uno solo. Alcuni hanno perso una gamba in guerra, alcuni l’hanno lasciata al diabete. È un tripudio di scarpe da ginnastica bianche. St. Peterburg è come una colonia estiva per anziani. Con un estate lunga nove mesi e i restanti tre mesi di primavera inoltrata.

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Le prime foto di St. Petersburg

Paolo guarda il ritratto di Jfk nel suo ufficio di St. Petersburg

I pappagalli che si accoppiano rumorosi nella gabbia

I boy scout che offrono lavoretti o pop corn il sabato mattina

Il pellicano a St. Petersburg

Il sabato pomeriggio delle leghe minori americane

A St. Petersburg si parcheggiano le barche davanti a casa

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La prossima tappa

Mentre Herman Cain annuncia il suo endorsement a Newt Gingrich e contemporaneamente Mitt Romney prende il largo nei sondaggi, io ho cominciato a organizzare la prossima tappa, Las Vegas, dove il 4 febbraio si terranno i caucus. Arriverò il pomeriggio dell’1 febbraio e probabilmente ripartirò il 5 pomeriggio. Couch Surfing stavolta mi è stato di grande aiuto. Ho trovato una persona che mi ospiterà al primo colpo. Si chiama Brian, ha 52 anni e fa il fotografo. A quanto leggo dalla sua biografia è cresciuto a New York e ha studiato a Rutgers, università del New Jersey. Vive a Las Vegas da 28 anni e ha abitato a Cuba, in Spagna e in Italia. Casa sua è a quindici minuti dalla strip. Questo è tutto quello che so. In questi giorni i candidati sono lontani da Tampa, ma lunedì sera il quartier generale di Mitt Romney sarà qua.

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St. Petersburg, la provincia

Nelle ultime 72 ore ho speso 8 dollari. Qua a St. Petersburg è la stagione delle fragole e a breve ci sarà un grande festival. Questa è la calda provincia americana, una città di 250.000 abitanti affacciata sulla baia di Tampa, in Florida. A St. Petersburg alle undici del sabato mattina i boy scout bussano alla porta proponendo popcorn o lavoretti in cambio di un’offerta. Nella casa di Paolo si respira l’odore del legno, un odore tipico delle case americane e che mi fa impazzire. A New York l’ho sentito solo una volta. È un odore che è più forte nei basement o nei garage, ma che avvolge le case e le rende calde, vissute e familiari. Questa è la provincia della Florida, una città abitata da pensionati e da rifugiati serbi o cambogiani, per lo più, che si mischiano a cubani e haitiani. È una città tranquilla, silenziosa, ordinata, che ospita il museo di Dalí con la collezione più grande al di fuori dell’Europa. Una dopo l’altra si mettono in mostra tante villette, tutte diverse ma curate nei dettagli allo stesso modo. Il prato è tagliato, le siepi potate. Sul quartiere residenziale veglia una torretta. Sembra un minareto, ma è la torretta del country club. Le case lungo la baia hanno tutte una barca parcheggiata davanti come fosse una vespa. Molti hanno un pontile privato, delimitato da un cancello col numero civico. Ci sono tantissime case degli trenta e quaranta, che una volta erano case di vacanza per i newyorkesi e i bostoniani, che passavano qua un mese intero d’estate. Ora a venire qua sono più i pensionati del nord e del midwest, Michigan, Wisconsin, Illinois, mentre quelli più esuberanti di New Jersey o New York preferiscono l’altra costa, fra Ft. Lauderdale e Miami. Questa è l’America dei fondi pensione e di una vecchiaia felice, dove i pomeriggi sono sempre caldi allo stesso modo. Sul viottolo che costeggia il mare s’incontrano vecchie signore che camminano veloci come gli ha intimato il dottore, con una bottiglia d’acqua sotto braccio. A loro si alternano di tanto in tanto ragazzini di liceo con lo skateboard o in bicicletta. Uno di loro parla con la madre seduto su una panchina di fronte alla baia. Avrà dodici anni e tortura con le dita le sue prime chiazze di barba. In mare passano tantissime canoe e parecchi pellicani. Sopra la baia intanto
un aereo romba lentamente trascinando uno striscione bianco con una scritta rossa: “Vote for Ron Paul”.

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Il sogno americano

“Questo è il sogno americano”, mi dice Paolo allargando le braccia quasi ad abbracciare la sua casa di St. Petersburg, in Florida. “Ho una bella casa, una piscina, una jacuzzi riscaldata, due macchine, due figli e sono sposato da quattordici anni”. Meno di un mese fa ha venduto le ultime azioni della sua azienda, una ditta che installa apparecchi satellitari per gli occidentali che lavorano nei paesi del terzo mondo, per una cifra che non ho avuto il coraggio di chiedere. Non eccessiva, ma una buona cifra. “Ora so di avere in banca i soldi per proteggermi dagli imprevisti”, spiega. Paolo ha compiuto 40 anni a settembre, 38 anni fa in New Jersey mia mamma è stata la sua prima babysitter, e quella di suo fratello Alex, che ha un anno di meno. Loro padre, Filippo, è un italiano emigrato a New York nei primi anni sessanta. La mamma Margie è un’ebrea americana convertita al cattolicesimo per amore, la cui famiglia scappò dalla Russia a inizio novecento. Alcuni finirono in Francia, altri in Inghilterra, i nonni di Margie invece attraversarono l’Oceano e sbarcarono in America. Dopo essere cresciuto in New Jersey ed aver studiato fra Parigi e Philadelphia, Paolo ha vissuto per molti anni a New York, dove faceva il cameriere mentre capiva come guadagnarsi da vivere. Poi l’ha scoperto, grazie a un amico del Camerun. Chiese un prestito al padre. Aveva 26 anni. Una mattina di quel 1997 andò in banca a versare un assegno e incontrò Gisella, dipendente della banca di origine peruviana che sei mesi dopo sarebbe diventata sua moglie. Man mano ha cominciato ad allontanarsi da New York. “C’è troppa competizione, troppa gente che vuole fare soldi”, racconta. Prima si è spostato a Fanwood nel New Jersey, poi un anno in Italia, a Milano. Abitava in via Archimede, nella casa che i suoi nonni comprarono negli anni quaranta. Infine, sette anni fa, è arrivato qua a St. Petersburg, dove con tre colleghi incontrati nel corso degli anni e dei viaggi per il terzo mondo ha fondato l’azienda che ha appena venduto. Nel frattempo erano nati Isabella e Filippo, i due figli, e il prestito iniziale ricevuto dal padre lo aveva restituito fino all’ultimo centesimo. “Ora devo trovare quello che voglio fare per i prossimi venti anni”, dice steso sul divanetto di fronte alla piscina di casa sua, costruita nel 1949. “Voglio fare qualcosa che mi piaccia”. Ora che ha venduto è un semplice dipendente della società che ha fondato, dove ha ancora un ufficio d’angolo al 200 di Central Avenue, nell’unico grattacielo della città. Dietro la sua scrivania c’è un ritratto di John Kennedy. Nel frattempo i due pappagalli nella gabbia dietro di noi iniziano a fare rumore. Ci giriamo e si stanno accoppiando. Gli racconto del mio viaggio, del dibattito di Jacksonville. “La politica non va seguita, se no ti incazzi troppo”, mi dice ridendo. Ha sempre votato democratico. A 40 anni sembra che ne abbia dieci di meno è alto, magro, con i capelli rasati per sfidare calvizie e genetica e le scarpe da ginnastica ai piedi.

Poco dopo torna Isabella, che ha 13 anni, parla tre lingue ed è all’ultimo anno di scuola media. L’anno prossimo inizierà il liceo, ma oggi ha fatto un test di prova per l’università organizzato dalla Duke University, prestigioso ateneo del North Carolina. Ogni anno i migliori alunni delle medie hanno la possibilità di sostenere un Sat di prova, il test standardizzato obbligatorio per entrare all’università, una specie di test d’ingresso. Il test è durato quattro ore. “Era difficile”, mi racconta, “E potevamo alzarci solo cinque minuti ogni ora”. Sembra preoccupata, oltre che stanca. “In cosa consisteva?”, le chiedo. “Per legge non te lo posso dire”, mi risponde. Scoppiamo tutti a ridere. C’era una parte di matematica, difficile e senza risposte multiple, e poi un tema. È tutto quello che riesco a estorcerle e mi conosce da quando è appena nata. Poi mi chiede dei candidati repubblicani, a 13 anni li conosce tutti e le interessa sapere chi sia il migliore. Poco dopo arriva la sua amica Alyssa, vanno in giardino e si mettono a giocare.

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L’uomo senza chiesa

Quando arrivo a Jacksonville sono le cinque del pomeriggio. È caldo, ma non come a Miami. La cosa, devo dire, mi dispiace. Trascinando il mio trolley e con sotto braccio il solito montgomery che mi porto appresso da New York, mi avvicino a un tassista per chiedere quanto mi costerebbe arrivare alla University of North Florida. Mi guarda, ha una barba incolta e lunghissima, quasi da amish. “Circa 50 dollari”, mi risponde. Troppo. Vedo un pullman in fondo al piazzale. L’autista sta fumando poco diatante, e sta controllando un gratta e vinci. Gli chiedo come posso raggiungere l’università. “Questo pullman va bene, poi cambi al South Campus, te lo dico io quando. Il biglietto è un dollaro”. Non ci penso neanche, salgo e sistemo trolley e montgomery. Poco prima che l’autobus parta sale un uomo con una tshirt blu e un cappello di lana verde oliva da cui fuoriescono lunghi capelli biondi, un po’ color cenere e un po’ sporchi. Sulla maglietta c’è un cane disegnato e una scritta: “il miglior amico del cacciatore”. L’uomo ha in mano una busta piena di cianfrusaglie che appoggia per terra, fra i piedi, dopo essersi seduto davanti a me. Mi fissa, io gli sorrido, lui mi fissa ancora senza nessuna espression. I suoi occhi sono profondi e folli. Abbasso lo sguardo, lanciandogli occhiate di tanto in tanto. “Come farò”, inizia a ripetere. Senza un ritmo, ma con la stessa identica intonazione. “Come farò”. E continua a fissarmi. Ogni tanto appoggia la testa fra le mani, ogni tanto la scuote. I capelli ricci e spessi seguono i movimenti della testa, come fossero incollati al cappello. “Come farò”. Mi guarda. “Devo tornare a casa”. Ha la carnagione rosa bruciata dal sole, la pelle sembra dura, ma preferisco restare col dubbio. “Come farò”. Ha le unghie nere e i pantaloni sporchi di terra. Scuote la testa, di nuovo. “Come farò”. A un certo punto si alza di scatto e si avvicina all’autista. “Sai di qualche chiesa che può avere bisogno di qualche lavoretto”, gli chiede. “Ho bisogno dei soldi per tornare a casa”. L’autista, afroamericano e un po’ in avanti con gli anni, lo guarda. “Una chiesa per dei lavoretti”, ripete l’uomo. Io immagino che l’autista sia già abbastanza nervoso per non aver vinto nulla al gratta e vinci. “Dov’è casa tua”, gli chiede. “Gainesville. Sono 10.99 dollari per tornare”. L’autista lo guarda. “Non lo so amico, prova a chiedere”. L’uomo torna seduto, e riprende a fissarmi. “Come farò, dannazione”. Ora sembra incazzato. “Dannazione”. Inizia a imprecare. Io sono quasi tentato di dargli i dieci dollari che ho in tasca, ma prima che riesca a prendere una decisione lui scende e io a poco a poco mi dimentico di lui.

Finito il dibattito l’uomo senza chiesa non è più in nessun pensiero. Sono stanco, e con una lunga notte davanti. Un nuovo amico mi da un passaggio fino alla stazione del Greyhound, lasciandomi a pochi isolati per via dei lavori in corso. Cammino nel centro di Jacksonville, che è completamente vuoto e asfissiato da massicci palazzoni di cemento. Non è tanto diverso da Des Moines. Passa un uomo in bicicletta, i nostri sguardi si incrociano. Tutti è due ci domandiamo cosa stia facendo l’altro, all’una di notte in questa città deserta. Scompariamo immediatamente l’uno dalla vita dell’altro, senza un parola, mentre in lontananza comincia ad avvicinarsi il rumore di una macchina che poi passa veloce, seguita da altre due. Di nuovo il silenzio, e a due isolati da me scorgo la scritta autobus. Finalmente sono arrivato nel mio albergo di questa notte. Entro sollevato nella stazione del Greyhound, mi avvicino alla biglietteria per ritirare il biglietto. Alzo lo sguardo nel mezzo di una stazione deserta e davanti a me c’è l’uomo senza chiesa. Resto paralizzato un istante, sento che litiga con la ragazza dei biglietti, che ha un forte accento sporco da colonia francese. L’uomo sta cercado di convincerla che la Greyhound gli deve dei soldi, i soldi che gli servono per tornare a casa. Ha una lettera e lo può dimostrare. È rabbioso. Io faccio un passo indietro e appoggio le mie cose su una seggiola. L’agente di sicurezza lo osserva, mentre si sporge oltre il bancone della biglietteria. “Dannazione”, esclama con un tono che ormai mi è diventato familiare. La ragazza continua a rispondere con tranquillità. L’uomo senza chiesa alla fine se ne va. “L’ho incontrato sette ore fa”, dico alla ragazza con un sorriso complice. “Aveva bisogno di soldi”. E ci giriamo tutti e tre a fissare la porta a vetri e l’uomo senza chiesa si dissolve.

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Le foto del dibattito di Jacksonville

La sala stampa alla University of North Florida

La spin room vista dall’alto

Tim Pawlenty, ex governatore del Minnesota

Fred Thompson, con un pizzetto nuovo di zecca, ex senatore del Tennessee

Bay Buchanan

Rick Santorum in posa plastica

L’ultimo dibattito tutti insieme? Appuntamento al 22 febbraio in Arizona

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Vieni al prom con me?

“Will you go to prom with me?”, chiede una scritta viola dipinta con cura sul muro della stazione  Amtrak di Orlando. Mi fa sorridere e pensare ai cavalcavia della Salerno – Reggio Calabria, su ognuno dei quali è scritto, con mano diversa, “Io e te tre metri sopra il cielo”. Questa è semplice, diretta, spontanea. Mi immagino che il ragazzo l’abbia scritta nella notte e sia poi tornato la mattina con un mazzo di fiori e un sorriso speranzoso. Nel frattempo ho perso il conto dei giorni, dopo una notte insonne, ma credo siano ormai passati due giorni da quando ho lasciato Miami con quel treno. Mentre erò là, in fondo alla Florida, Dario, che mi sembrava una presenza così familiare che ogni tanto gli parlavo in perugino, mi ha portato anche al laboratorio dove lavora alla scuola di medicina della University of Florida, nel cui campus svetta un enorme Banyan, un albero indiano le cui liane diventano robusti rami appena toccano terra, trasformandosi poi in radici. Il centro di ricerca sulle paralisi è finanziato da Nick Buoniconti, middle linebacker dei Miami Dolphins per tutti gli anni settanta e protagonista nella squadra del 1972, quella che vinse il Super Bowl, la finale del football, al termine dell’unica perfect season senza sconfitte della storia della Nfl. Nel 2007 i New England Patriots arrivarono a un passo da quel record, ma persero il superbowl contro i New York Giants. La storia di successo di Buoniconti diventa una storia triste nel 1985, quando il figlio Marc, che giocava curiosamente con il college militare di Charleston scelto da Santorum per la notte elettorale, resta paralizzato in uno scontro di gioco. Nel 1992 i Buoniconti padre e figlio istituirono il Buoniconti Fund che assiste il centro di Miami donando milioni di dollari ogni anno per la ricerca.  E’ qua che per la prima volta ho incontrato Jessica, e sempre qua incontro anche Erika e Sam, una coppia di amici di Dario.  Sono tutti ricercatori. A Erika hanno appena rubato la macchina a Miami, ed è alla ricerca di una nuova. Dario le suggerisce una Cinquecento e lei si mette a ridere. “Come on”, risponde, “la cosa più importante in una macchina è che non si rompa”. Stavolta ridiamo tutti. Mi viene in mente il famosissimo “Fix It Again Tony”, soprannome della Fiat che ovviamente deriva dal suo acronimo. La cosa probabilmente più divertente è che cercandolo su Google, il primo risultato è proprio Fiat Automobiles. Erika ha abitato in Italia per un anno, insegnando inglese. E’ il modo con cui milioni di giovani americani riescono a girare il mondo guadagnandosi da vivere. Ricordo una mia vecchia amica che aprì una scuola d’inglese a Lipari e ci passò un anno. Ora, non so come, vive a Cincinnati, in Ohio. Erika parla un italiano perfetto, anche se si vergogna, e mi racconta di aver abitato vicino a Piazza Bologna. Quando è arrivata in Italia era vegetariana. “Non è che ho smesso perché in Italia non si riesce a essere vegetariani”, mi spiega, “ho smesso quando una volta al mercato ho visto lo stand della porchetta di Ariccia”. A cena infatti ordina carne di maiale slow cooked, alla cubana. Ci raggiunge anche Sam, che deduco essere il suo ragazzo. Oggi è il loro secondo anniversario. “Allora, com’è seguire questo gruppo di idioti in giro per il paese”, mi chiede Sam, a bruciapelo, non appena si siede. Immagino che non voterà repubblicano. Rispondo che seguire Obama è sicuramente più noioso. “Essere ragionevoli è noioso”, risponde Erika ridendo, ma non troppo. Sam è di San Francisco, città che ama così tanto da avere il Golden Gate tatutato su un fianco e il Bay Bridge sull’altro. “Sono i primi pezzi d’arte su cui ho investito”, mi dice. A San Francisco però non ci tornerebbe a vivere. “E’ un bel posto dove crescere i figli, ma sarebbe difficile essere là senza i miei amici d’infanzia. Da piccoli andavamo nei parchi a bere o fumare”, racconta, “tutto quello che facevamo era cercare il punto più scenografico da cui vedere la baia o la città”. Sam ha 25 anni, Erika credo più o meno la stessa età. Sono persone brillanti, molto piacevoli, interessanti e già di successo in quello che fanno. Allo stesso tempo sono schiacciati dall’ansia di questo successo, un’ansia tutta americana. Erika si è dovuta forzare per venire a cena. I suoi amici hanno provato a convincerla per giorni a interrompere le sue ricerche per andare a cena fuori. “Ne hai bisogno”, racconta che le dicevano, e sembra veramente felice di essere con noi. Ha dovuto chiedere il permesso a se stessa per venire, almeno quattro volte. Sam invece è parte delle associazioni studentesche, se non ho capito male è anche presidente della classe, fa ricerca e studia medicina allo stesso tempo. Non ha un attimo libero. Sono benestanti, figli di un’America privilegiata, e ossessionati da un traguardo che nel corso degli anni continuerà a spostarsi in avanti. Ridiamo tutta la sera, ma dopo cena, quando è il momento di andare a prendere una birra, Erika e Sam preferiscono tornare a casa.

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Il dibattito di Jacksonville

“Non è che sei omosessuale”, mi chiede il mio vicino di posto sull’autobus da Jacksonville a Tampa prima di farmi sedere, più che altro per far ridere gli amici. Ha vent’anni, viene dal North Carolina, è un jock, uno di quei ragazzi muscolosi che al college passano il tempo fra campi da football, ragazze e confraternite. È un redneck ed è con altri tre compagni. “Italiano, ti piace la pizza?”, mi chiede il suo amico afroamericano sghignazzando. “No”, rispondo. “Sei razzista?”, continua. “No”. Perdono interesse. Per me è ancora la fine di una giornata lunghissima, iniziata quasi 24 ore prima a Miami. Guardo l’autostrada fuori dal finestrino, è buio. In America le macchine vanno sempre tutte alla stessa velocità. Mi addormento, quando mi sveglio dopo la sosta a Daytona non ci sono più e mi stendo. Un’ora dopo siamo a Orlando. Ultimo cambio. Chiaramente perdo il biglietto, ma lo ritrovo sotto il sedile dell’autobus. Mi era successa la stessa cosa a Milwaukee, tornando da Des Moines a New York, avevo perso la carta d’imbarco ma me la avevano ristampata. Alla stazione di Orlando restiamo una mezzora, mi passa il sonno ma mi resta la stanchezza. Compro una banana per un dollaro e un centesimo. In fila davanti a me c’è una ragazza con un golfino leopardato e una spada che le esce dalla borsa. Capisco che è stata a Disneyland. Faccio due calcoli e mi accorgo che fra Miami, Jacksonville e Orlando verso Tampa ho speso solo 6 dollari: 2 per il pullman e 4 per cibo. Esclusi i biglietti di autobus e treni. Mi congratulo con me stesso. Penso al dibattito di ieri sera, è stato divertente. Quando sono arrivato al campus di University of North Florida con un pullman di linea ho faticato non poco a trovare la sala stampa. Di fronte al Coliseum c’erano tre gruppi che manifestavano. I sostenitori di Ron Paul avevano uno striscione enorme, quelli di Occupy scandivano cori del 99%. Poi c’erano quelli di Terry Jones, Il pastore con la passione per i corani bruciati, che tenevano in mano cartelli con la scritta Impeach Obama, accusandolo d’omicidio perchè in questo paese l’aborto è legale. Osservo le facce e non riesco a capire cosí li possa portare a credere davvero in quello che dicono. Dopo aver girato attorno al campus tre volte riesco finalmente a trovare la sala stampa. Non è al Coliseum ma da tutt’altra parte. All’ingresso ci sono due studenti, una ragazza e un cinese che prende il mio tesserino, esamina i fogli e mi dice che il mio nome non è sulla lista. Gli dico il mio cognome, lui mi guarda e dice “ahhh, pensavo che il tuo nome fosse.. ‘Firma del titolare’. Lo guardo perplesso ed evito di ridere. Trovo il mio posto e due dei panini forniti dalla Cnn. Romney era in gran forma e io non lo avevo mai visto così siuro e determinato. Ha preso Gingrich, notoriamente il più rustico fra i due, per il collo e lo ha attaccato costantemente. Gingrich ne esce ridimensionato, mentre Santorum sfodera una buona prestazione che lo aiuta ad allontanare il pensiero di un ritiro. Oltre a loro tre c’è Ron Paul, capocomico e responsabile dell’intrattenimento della platea, che sfodera battute di gran classe. Sono sicuro che con un po’ di cerone in viso e un po’ di trucco sarebbe uguale a un vecchio mimo francese, forse Marcel Marceau. Dopo il dibattito scendo nella spin room, al piano inferiore. C’è Tim Pawlenty, ex governatore del Minnesota ed ex candidato alla presidenza, uscito dalla contesa troppo presto questa estate, dopo lo Straw Poll di Ames, in Iowa, una specie di sagra di paese dove a prevalere fu Michele Bachmann. Secondo me si sta mangiando le mani, ma lui nega e appoggia Romney. Gli chiedo se aspira alla vice presidenza e dice di no, che ci sono molti validi colleghi in lizza. Parliamo un altro po’, siamo solo io e lui, ma non dice nulla di interessante, a parte una battuta su un possibile vice presidente ispanico e qualche complimento a Romney. Arriva Santorum e riesco a fargli la seconda domanda del gruppo. Gli chiedo come si comporterebbe con Italia e Europa. Mi risponde che sono problemi nostri e ce li dobbiamo risolvere da soli. Quando se ne va torno a prendere le mie cose, e Thomas, corrispondente milanese della radio svizzera, mi da un passaggio fino alla stazione del Greyhound di Jacksonville. Ormai sono le 9.30 di mattina, fra circa un’ora e mezza sarò a Tampa. Forse dovrò scrivere un pezzo o due, poi finalmente dormirò.

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La terra dei rednecks

Risalendo la Florida verso nord, da Miami a Jacksoville, cominciano a vedersi lungo la ferrovia le prime chiese evangeliche, campi da baseball in terra battuta e poca erba, trattori, macchinari Caterpillar, massicci centri commerciali, scuolabus, piccoli laghetti e pompe di benzina. Fuori dalle case si scorgono spesso scafi scoloriti e scrostati di piccole imbarcazioni, che riposano sui prati. Passa un cimitero riscaldato a strisce dal sole che filtra fra i cipressi. Distese di macchine tutte uguali che riflettono luce dai parabrezza, allineate nei parcheggi dei concessionari. Un enorme maneggio con la staccionata dipinta e due cavalli diffidenti. Questa comincia a essere terra di social conservatives, evangelici e rednecks, come vengono chiamati in modo dispregiativo gli abitanti del sud, per via dei colli arrossati dal lavoro nei campi. È quella parte di Florida rurale che si sente più Georgia. Di rednecks ne ho parlato proprio due giorni fa con Jessica, bionda collega di Dario cresciuta in Ohio, ma nata in North Carolina. Jessica è stata in mezzo mondo, dal Cile al Giappone, ma anche lei, come Kayleigh, non è mai stata a New York. “Non mi è mai capitato”, mi dice con la stessa semplicità con cui io confesserei di non essere stato a Macchie, paesino ai bordi del Lago Trasimeno. In realtà ci sono pure stato a giocare a calcio, e mi presi un pugno nello stomaco. Ad ogni modo Jessica, che ha 34 anni, si sente una redneck anche se in realtà non lo è. Le piace dirlo perchè le ricorda l’infanzia nei pressi di Charlotte. Mi dice che i rednecks la fanno sentire a casa, e io ripenso ai vicini di Kayleigh, che rientravano in casa a qualsiasi ora del giorno e della notte sbattendo le porte, saltando sul pavimento ed emettendo suoni inumani per cui non mancavo di sgranare gli occhi ogni volta. Glie lo racconto e Jessica ride. Questi sono i rednecks, un termine con cui generalmente si indica persone di vedute limitate. Gente semplice che guarda il nascar, gioca col cane, beve birra in giardino seduta sul cassone aperto del proprio pick up. È la cultura del sud e l’anima conservatrice di questi stati caldi e polverosi. Non è raro all’high school avere compagni che vanno a caccia di mattina presto e poi vengono a scuola con le carcasse dei cervi sul pick up, per mostrare il proprio trofeo di una guerra impari. Nel frattempo fuori dal finestrino scorrono piccole casette di legno le cui insegne promettono barbecue o seafood, e immensi cartelloni stradali nel mezzo del nulla che offrono avvocati divorzisti agli automobilisti. Questa è l’America che appartiene a quei tizi con i capelli pettinati all’indietro, i baffi, gli occhiali con montature anni ottanta e le facce scavate, che indossano un giacchetto di pelle sopra camicie floreali e grossi anelli d’oro alle dita.

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La paura dell’agente Muench

Mitch Muench ha le unghie troppo lunghe. Fra due mesi compirà ventisei anni. È un agente della polizia di Jacksonville. Ha qualche tic, gli occhi scavati dalle occhiaie di troppi turni di notte e una figlia di sei anni. Ha anche lo sguardo vispo, ma con un’ombra che lo attraversa. Ha paura di morire. Nel 2005, quando aveva 18 anni, si arruolò nell’esercito come suo padre, al seguito del quale aveva girato l’America, passando anche qualche anno a Panama. “Dopo l’high school ho passato sei mesi a uscire con gli amici, poi sono entrato nell’esercito”, mi racconta mentre cerca compagnia per portare a termine un’altra lunga notte in servizio alla stazione degli autobus di Jacksonville. “Sono stato in Afghanistan, due volte, la prima per quindici mesi filati”. Durante l’addestramento era stato avvertito, sarebbero finiti o in Afghanistan o in Iraq, ma lui non aveva paura. Non aveva mai avuto a che fare con la morte, a parte per un bisnonno che però aveva visto solo due volte. Ma quando è arrivato in Afghanistan le cose sono cambiate. “Ho visto morire i miei amici, soprattutto ho visto morire il sergente Fernandez, che appena un mese prima aveva scoperto che sarebbe diventato padre. Avevamo fatto una grande festa. Ho pensato che non avrebbe mai visto suo figlio. Ho avuto paura che potesse succedere anche alla mia, di figlia”. Non ne ha mai parlato con nessuno, nell’esercito, ma ha cominciato a pensare alla morte, si è reso conto di avere poco tempo a disposizione e ne è terrorizzato. Appoggia la mano destra sulla pistola, con la sinistra prende la bevanda energetica da 66 cl che continimua a sorseggiare. “Queste guerre non sono servite a nulla, sono state uno spreco di soldi e ora le cose sono peggio di prima”, racconta. “Quelli, come si chiamano, sciiti e sunniti, si ammazzano da sempre, non sarà certo il nostro intervento a cambiare le cose”. L’agente Muench, che è originario proprio di Jacksonville, è appassionato di cibo e un po’ sovrappeso. Mi racconta come cucina la pizza fatta in casa e sogna di mangiarne una vera in Italia. Mi fa vedere foto di pizze sull’iPhone per capire quale è la vera pizza italiana. Lui è il cuoco di casa, sua moglie non sa cucinare. Mi dice che ha lasciato l’esercito soprattutto perchè non si sentiva come i suoi commilitoni. Al tempo di suo padre c’erano persone rispettabili, “ora è pieno di vecchi, avanzi di galera e finocchi”. Quella gente non condivide i suoi ideali. Provo a obiettare che se un omosessuale crede nei valori dell’esercito come lui… ma non finisco neanche la frase. Mi sta guardando come fossi un cretino. “Già, sono dei finocchi”, ammetto. Racconta che l’esercito è alienante, “ti dicono quello che devi fare e tu non pensi, hai l’assicurazione anche per la famiglia, se lasci ti devi trovare un lavoro e non sai da dove cominciare”. Lui è rimasto disoccupato sei mesi, poi durante l’estate ha pensato di iniziare a studiare e si è iscritto a un community college, uno di quelli che danno lauree brevi di due anni, dove vengono accettati tutti. Lo stato gli paga la retta e i libri, e se va a lezione riceve 1.250 dollari al mese. Ora lavora di notte e di giorno va all’università. “Studio Informarmation technology, ho anche fatto una classe sulle religioni”, dice. “Non sono religioso, ma ho capito che la religione è un modo creato dall’uomo per accettare la morte, come i buddisti credono alla reincarnazione”. Ha la testa tonda e i capelli corti, il pizzetto e la divisa a maniche corte. Vede Obama in televisione e mi chiede cosa ne penso. “Non male”, dico. “Io ho pensato che è stato eletto perchè è nero”, ribatte. “Pensaci, neri e latini sono più dei banchi in America”. Gli chiedo dei repubblicani, mi dice che Gingrich potrebbe ottenere la nomination, ma che perderebbe con Obama. “E Romney è miliardario. Fossi al suo posto non ci penserei neanche a fare il presidente”, aggiunge con gli occhi che si illuminano. Il 31 non voterà, probabilmente. È iscritto al partito repubblicano, “ma solo perchè due anni fa mi è servito per la residenza”. Poco distante un uomo basso, scuro e con i baffi tiene banco raccontando di essere nato in America, ma a duecento metri dal confine. “Mia madre diceva che sono nato con un piede in America e uno in Messico”. Gli altri viaggiatori ridono insieme a lui, ognuno comincia a raccontare la sua storia. C’è chi è nato in Texas, chi in North Carolina, chi a Cuba e chi in Alaska. Parlano di Jimmy Carter e di Fidel. Al cubano mancano tre denti e parla solo spagnolo, ma sa tutte le date della revolucion. Vengono tutti a Tampa insieme a me.

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Il ritorno a Jacksonville, per il dibattito

La carrozza bagagli del treno Amtrak, e il controllore

Il numero scritto a mano sul foglietto è il mio posto. Alla sagra della porchetta

Stazione di Orlano

L’anziano signore con cappello Obama 44th e basettone

L’uomo senza chiesa sul pullman a Jacksonville. Poi parlerò di lui

Ultimo mezzo fino al dibattito. I mie averi lo attendono

Sostenitori del pastore Terry Jones, quello che brucia i corani

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Ultime foto di Miami

Downtown vista da Miami Beach

Dario in laboratorio

Il pick up della campagna di Romney a Miami

Blockbuster Video, Miami Beach

Questa volta un letto comodo

Dario alla guida, con Miami sullo sfondo

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È l’una e tutto va bene

Per questa notte a Jacksonville ho avuto un’idea folle. Dopo il dibattito Cnn, che sarà moderato da Wolf Blitzer, temporeggio più possibile e poi cerco un passaggio per la stazione del Greyhound, passo la notte là e parto alle 4 della mattina con l’autobus per Tampa. I soldi per l’albergo non ce li ho, e su Couch Surfing nessuno mi ospiterebbe a queste condizioni, cioè che lascio la valigia a casa, vado al dibattito e poi riparto. Mica è un albergo, e io mi vergognerei. Tutto sommato la soluzione non mi sembra pessima. Fatta eccezione per la stazione di Charleston, le altre erano tutte abbastanza sicure, con brutti ceffi controllati da agenti muniti di metal detector. Mentre Eugene Hutz dei Gogol Bordello mi urla nelle orecchie le parole inglesi e spagnole di My companjera col suo accento zingaro, noi continuiamo a risalire per la Florida orientale, con Jacksonville che comparirà all’orizzonte fra quattro ore. Mi è arrivata l’email della Cnn con le direttive per stasera. Secondo Google Maps ci metterei 5 ore e 33 minuti per raggiungere il campus della University of North Florida a piedi e non ci sono mezzi pubblici, apparentemente. Non mi lascio scoraggiare. Con il mio trolley, il montgomery sotto braccio, che a New York era troppo freddo per non portarselo appresso e ora me lo trascino per la Florida, e la mia camicia di flanella in qualche modo raggiungerò il campus, dove poi mi infilerò in un bagno per mettermi camicia e giacca. E magari per farmi la barba, che forse è il caso. Nel frattempo passiamo per una cittadina dove l’erba è secca, bruciata dal sole, e non c’è mare. Ci sono però camion enormi, grandi depositi, silos, cisterne dell’acqua che vegliano sul paese, operai con cargo pants e cappellini da baseball che gli fanno un po’ d’ombra sugli occhi. E’ la suburbia americana che pulsa e lavora per guadagnare soldi che stagneranno per quindici anni nel fondo per il college dei figli o in quello per la pensione. Mentre il treno passa, tre operai con una casacca aranione e gli occhiali di plastica nera lo osservano immobili a braccia incrociate. Per strada camminano lente nuove berline giapponesi o vecchi pick up americani. La terra è quasi rossa, le case di legno vuote, un Burger King insegue un McDonald’s e sui tetti sventolano bandiere americane. Di tanto in tanto si scorgono una rimessa o un rivenditore d’auto usate. Poi ricominciano prati sterminati e bruciati, attraversati da strade perpendicolari che formano incroci in lontananza. Ho appena scoperto che Rick Santorum lascerà la Florida dopo il dibattito di stasera. Per quello che ho visto finora non è una mossa da Rick, uno che si attacca coi denti ai pantaloni degli elettori e sbava ringhiando tignoso finchè non ottiene il voto. Questo potrebbe essere il primo passo verso un ritiro che verosimilmente arriverebbe la sera del 31 gennaio, dopo il voto della Florida. Romney invece sta tornando in testa ai sondaggi nel Sunshine State. A quanto pare l’attacco di Gingrich al moderatore di Cnn John King all’inizio del dibattito di Charleston, che gli è valso la vittoria in South Carolina, ora sta cominciando a dare effetti negativi e lo staff dello speaker ha ammesso a Politico che sarebbe stato condito da alcune bugie. Lo speaker sta anche subendo i colpi della stampa conservatrice, che lo accusa di essere un narcisista e lo paragona a Clinton, dimostrando come l’establishment repubblicano non lo voglia come candidato. Mi distraggo dalla lettura seguendo i fili della corrente che saltano di traliccio in traliccio sopra nuove case, nuove scuole, nuovi capannoni lunghi e bassi.

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Da Miami verso Jacksonville

Arriviamo a Palm Beach dopo due ore di viaggio. Nel frattempo il treno si è riempito. Dietro di me c’è un’anziana coppia afroamericana col nipotino. Il marito, che sembra un po’ svampito, ha un paio d’occhiali con la montatura di metallo e in testa un cappellino con la scritta “Obama 44th”, ovvero il 44esimo presidente. Sotto ha i capelli pettinati all’indietro come Charlie Rangel, leggendario deputato democratico di Harlem da quarant’anni. La moglie ha una di quelle risate profonde che sanno di front porch, sedia a dondolo e sigaretta in bocca. Ha i capelli neri e vaporosi, il rossetto sulle labbra e un vestito nero da cui fuoriescono braccia flaccide. Il bambino è rasato, ha i pantaloni corti e le gambe esili e storte che finiscono dentro un paio Nike troppo grandi, cosí bianche e lucide che abbagliano. Hanno un accento del sud e panini in una borsa che continuano ad aprire e chiudere. Siamo nel mezzo del vagone, vicino abbiamo una suora e davanti un signore bianco con il volto scavato dall’acne che litiga con il controllore donna che ci ha appena strappato i biglietti. Il signore sorridente allo sportello che me lo ha venduto era di origine italiana, i suoi nonni venivano dalla Sicilia ma non ha saputo dirmi da dove. “E’ incredibile”, mi fa, “lavoravo per una compagnia aerea e sono stato in tutto il mondo, ma mai in Italia”. Al momento di salire ci hanno consegnato un foglietto con un numero scritto a mano e tagliato senza forbici. “This is your seat”, spiegava il controllore. Siamo in Florida ma il treno ha il riscaldamento acceso. Salgono dei ragazzi, vicino a me si siede un ventenne atletico che ascolta musica e lancia occhiate languide alla bella ragazza alla sua sinistra che si tiene un cuscino con la federa a fiorellini sulle ginocchia. Io mi giro verso il finestrino per lasciargli un po’ di intimità, ma dubito che succeda qualcosa. Oltre alla famiglia e alla controllora, afroamericani, e alla bella ragazza, che a giudicare dai peli sull’avambraccio potrebbe essere di origine messicana, tutti gli altri su questo vagone sono bianchi. Sono anche quasi tutti un po’ in là con gli anni, con suonerie dei cellulari a tutto volume che vengono intervallate da voci gracchianti. Tutte le signore sono bionde e con i capelli increspati dai coloranti e dalla lacca. A unirsi al reparto giovani, che oltre a me comprende il ventenne atletico e la bella ragazza con l’avambraccio peloso ci sono altri due o tre ragazzi. Uno parla al telefono e continua a dire di non aver nessun soldo, ha degli occhiali da sole di plastica nera e un cappellino rosso con l’etichetta ancora attaccata sulla visiera, cosa molto cool. Nel frattempo, visto che i suoi sguardi vengono ignorati, il ragazzo atletico si alza e va verso la carrozza ristorante. È un treno comodo e spazioso questo, quasi come i regionali italiani che secondo me restano imbattibili, per qualità della seduta. Mentre salivo a bordo ho visto anche la leggendaria carrozza per i bagagli, quella col portellone scorrevole dove un tempo salivano in corsa nella notte ladri, briganti e ragazzi senza soldi. Il ragazzo col cappellino chic e l’uomo litigioso col volto scavato dall’acne iniziano a parlare di sport, spaziando dal basket al football. Vado a dare un occhio alla carrozza più avanti e vedo quattro reduci della guerra degli hot dog, ragazzi enormi in pantaloni corti e camicia hawaiiana. Dietro di loro una signora afroamericana coi capelli bianchi lavora velocemente una maglia con i ferri. Intorno ci sono ispanici, afroamericani e bianchi di ogni tipo, taglia e gradazione. Torno a sedere e ripenso a Miami.

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