La pazienza e l’impegno

E alla fine PayPal mi è venuta incontro.

Quando mancano meno di tre giorni alla partenza, armato di pazienza e impegno, sto cominciando a risolvere gli ultimi problemi. Il primo biglietto l’ho comprato, il conto l’ho sbloccato. E ho pure trovato un letto per le prime due tappe. A Detroit sarò ospite di Michael, un avvocato cinquantenne e democratico. “Ti avviso”, mi ha scritto su Couchsurfing, “sabato serà ci sarà un concerto jazz a casa mia. Ovviamente sei invitato se ti va di venire”. E certo che mi va. Soprattutto mi interessa capire come si organizza un concerto jazz in casa. A Cleveland invece dormirò da Meghan, che ha 34 anni e nei weekend ha “lunghi turni al lavoro”. Potrebbe fare la barista, dalla foto ho visto solo spalle tatuate e un paio di occhiali neri. Non potevo cominciare meglio questo nuovo viaggio. Non-vedo-l’ora.

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Si ricomincia

Da quando ho smesso di fumare ho un sogno ricorrente. Sono con qualcuno che fuma e a un certo punto gli chiedo una sigaretta. La accendo e tiro una bella boccata. Sento il piacere di quella sigaretta, il sapore acre. Al secondo tiro mi ricordo che in realtà ho smesso, che non avrei dovuto fumarmela, ma arrivo lo stesso fino in fondo. Poi mi assale il senso di colpa per quella debolezza, senso di colpa con cui mi sveglio la mattina. Dopo un paio di minuti di torpore mi rendo conto però che è stato solo un sogno, io ne ricordo molto pochi, e sorrido scuotendo la testa. Mi succede regolarmente, al massimo ogni dieci giorni, nonostante siano passati dieci mesi da quando ho smesso lasciando un intero pacchetto di Marlboro rosse sul tavolino, senza mai più accendermi una sigaretta né sentirne la mancanza. Stanotte, per la prima volta, mi sono fatto dare la sigaretta, l’ho tenuta fra le mani per un tempo lunghissimo, forse un’ora. Ho accarezzato le vene della carta, ho tirato fuori qualche pelo di tabacco dalla punta, ho passato l’indice e il pollice su tutta la sigaretta, ma non l’ho accesa. Stamattina mi sono svegliato frastornato. Probabilmente più perchè avevo parecchie cose da fare, che per il sogno in sé. Innanzitutto da quando ho aperto la raccolta fondi ho ricevuto 3.000 euro e Paypal mi ha limitato il conto, ovvero non posso usare i soldi. Pensavano stessi riciclando soldi. Ho chiamato, ho mandato i documenti richiesti, ho attaccato al conto Paypal il mio conto italiano, ma nulla. Così oggi ho passato una mezz’ora al telefono con Pasquale, centralinista del centro d’assistenza, che era obbligato da Paypal a darmi del lei. La telefonata era registrata. Alla fine mi ha promesso che entro oggi pomeriggio mi avrebbe sbloccato il conto. Dopo di che sono andato su Kayak alla ricerca di un volo per Detroit. Spirit Airlines a 130 dollari e senza scalo mi sembrava un affarone, per lo meno considerando costo e assenza di scali. Il piccolo problema di cui mi sono accorto prenotando il biglietto è che fanno pagare anche il bagaglio a mano e il posto. Il biglietto arrivava a 190 dollari, io ho salutato lo schermo del computer con la mano e mi sono buttato su un più sicuro e affidabile (almeno credevo) US Airways a 155 dollari. Il loro piccolo problema invece è che il loro sito non funziona. Altre opzioni economiche però non c’erano e ho dovuto passare un’altra ora al telefono con il centro assistenza. A rispondermi è stata Corinna, che sono abbastanza sicuro avesse trent’anni e fosse afroamericana. E’ stata gentilissima, è anche entrata remotamente nel mio computer per provare a risolvere il problema, facendomi sentire un po’ osservato, ma non c’è stato verso. Così mi ha passato la biglietteria. Stavolta ho parlato con Gary, che invece credo fosse bianco e sulla cinquantina. Me lo sono immaginato anche con il capello biondo e corto, una polo blu e una discreta pancia. Un ex giocatore di football di liceo, diciamo. Gary ha faticato un po’ con lo spelling del mio nome, in sottofondo sentivo decine di altre voci che si sovrapponevano. Abbiamo prenotato insieme un volo con scalo a Washington. “Grazie per aver scelto US Airways”, mi ha detto alla fine. Scelta obbligata, ho pensato, ma ho evitato di dirlo. “Grazie per l’aiuto, è stato un piacere parlare con te”, gli ho risposto. Sabato mattina, alle 10, si ricomincia.

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Denver e i caucus del Colorado

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Quattro giorni dopo, a New York

A New York è un inverno atipico. Sono dieci piacevoli gradi e il sole si riflette sui grattacieli tutto intorno a me. Sono al trentestimo piano di un palazzo sulla 5th avenue, in quello che una volta era il mio ufficio e in cui spesso vado a cercare ospitalità. Sembra di essere sospesi in aria, a cento metri da terra, e se ti stendi vicino alle grandi vetrate sembra quasi di volare. Quando cala la sera, in basso, molto in basso, vedi le luci delle auto, gialle sulla 52nd street e rosse sulla 53rd. Ognuna col suo senso di marcia. Sui marciapiedi di Midtwon ci sono fiumi di turisti, per lo più italiani, francesi e spagnoli, e uomini d’affari in moto perpetuo. Dalla strada ogni tanto salgono i clacson o le sirene di polizia e pompieri, per il resto qua dentro ci sono solo le voci della Cnn e il fitto rumore di tastiera prodotto da tutti i miei amici di America24. Ognuno ha il suo ritmo, la sua intensità e la sua delicatezza di battuta. Sono passati quattro giorni da quando ho scritto il mio ultimo post, chiedendo aiuto per continuare questo viaggio. Da lunedì a oggi mi è arrivato ogni tipo di sostegno, a parole ed economico, e ho raggiunto l’incredibile cifra di 2.800,5 euro, che tolte le commissioni mangiate da Paypal sono comunque 2.673,23 euro. A farmi più piacere, ovviamente, sono state le parole d’incoraggiamento ricevute via Twitter, Facebook, email o qua, su Kapipal. Tutti questi amici saranno poi ringraziati in una pagina apposita, alla fine della raccolta fondi. Il mio viaggio dunque riprenderà fra poco più di una settimana in Michigan, dove Santorum ha scavalcato nei sondaggi Romney, che perdendo nello Stato dove il padre fu un celebre governatore negli anni sessanta subirebbe un durissimo colpo. Ho sentito parlare di Detroit come una città fantasma, abbandonata dall’industria automobilistica e dagli abitanti. Un anno fa ho visto queste foto incredibili tratte dal libro The ruins of Detroit, che mi hanno incuriosito. Proprio mentre i candidati repubblicani a caccia di consensi vendono nostalgia, come spiegava oggi Politico, ricordando i bei tempi del boom automobilistico e del padre governatore di uno stato prosperoso (Romney) o rammentando le umili origine operaie (Santorum), l’industria dell’auto capitanata da General Motors ha riportato però ottimi risultati trimestrali e annuali. La settimana prossima andrò finalmente a vedere di persona come stanno le cose.

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All’inseguimento delle primarie

L’aeroporto di Charlotte, in North Carolina, è piccolo, confortevole e con libero accesso a internet. E’ stato là che il 19 gennaio ho aperto questo blog per raccontare le primarie americane, vincendo la paura che abbiamo tutti, quella di dire imbarazzanti banalità. Non avrei mai creduto di avere in pochi giorni migliaia di lettori né di ricevere email da persone felici di leggermi. Ero all’inizio di un viaggio lento e solitario, che si è trasformato all’improvviso in una corsa straordinaria con vecchi e nuovi amici verso la nomination repubblicana, fra autostop, couchsurfing e Greyhound. Nonostante questo però i soldi sono finiti e per continuare a inseguire primarie e candidati ho bisogno del vostro aiuto.

Questo è il mio progetto per arrivare fino alla convention democratica di Charlotte, proprio dove è nato questo blog.

http://www.kapipal.com/iltradingpost

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Il viaggio verso la Casa Bianca

Lunedí mattina spiegherò qua come spero di continuare questo viaggio fino alle elezioni del prossimo 6 novembre, fino alla Casa Bianca.

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Foto desertiche

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Casa dolce casa

A New York c’è il sole e ho la finestra aperta. Nell’aria c’è il solito ululato costante dei condizionatori infilati nelle finestre e proprio mentre ascolto la città passa la più classica delle sirene della polizia. Il cantiere della metropolitana di 2nd avenue produce i soliti rumori di sega elettrica e stasera, verso le sette, ci saranno le quattro sirene che annunceranno l’esplosione di tritolo giornaliera necessaria per scavare il tunnel. Il traffico si fermerà tre minuti, poi riprenderà a scorrere verso sud, verso downtown. Di fronte al cantiere, all’angolo della 69th street, c’è il cinese da cui generalmente prendo le birre o un pacchetto di patatine. E dove, fino a un anno fa, spendevo 13 dollari per comprare un pacchetto di sigarette. Sorride sempre ed è aperto sempre. Ieri sera alla fine mi sono addormentato sul divano, forse per nostalgia di questo splendido viaggio appena finito. E le prossime tappe, purtroppo, mi sa che saltano. Sabato vota il Maine, poi il 28 Arizona e Michigan. Il 6 marzo ci sarà il Super Tuesday e si voterà in tredici stati. A giudicare dal mio conto in banca americano, quello ricco, ho l’impressione però che guarderò un sacco di Cnn in quei giorni.

Prima di rinunciare però trovo il modo di versare cinque dollari per pareggiare il conto, valuto un Kickstarter per finanziare il viaggio e cerco un impiego illegale come cameriere. Chissà che alla fine non ne venga fuori un’altra bella storia.

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Momento sentimentale

Momento sentimentale di fine viaggio, per il quale poi proverò vergogna.

Quando decollano questi cosi della Air Tran sembrano più trattori, che aerei. Gli ultimi a entrare sono alcuni soldati, che ricevono l’applauso di tutti i passeggeri. L’aereo prende la rincorsa sulla pista e sale su Atlanta, le macchine negli enormi parcheggi riflettono un tramonto arancione. Arrancando arriviamo fino in cielo. Il mio aereo era quello delle 7.22, ma sono riuscito a farmi mettere su quello delle 6. È stato facile. Amila, la hostess, è stata gentilissima. In fondo è sempre bello atterrare a New York, e se volate a LaGuardia scegliete il finestrino destro, da cui si vedrà tutta la città. Questo è l’ultimo di sei aerei, sette aeroporti, sei autobus, un treno, numerosi taxi che a volte mi hanno spennato, un pullman di linea, tantissimi passaggi e sei autostop. O forse sette. Sono anche salito su una portaerei a Charleston, ho perso 80 dollari al casinò a Las Vegas, ho fatto il bagno nell’oceano a gennaio a Miami, ho guidato un pickup per un’ora e mezza in Florida, ho visto le fettuccine sulla testa di Donald Trump, sono andato in bicicletta a St. Petersburg (bicicletta che a dirla tutta mi ha fatto venire le emorroidi per tre giorni), sono rimasto bloccato sotto un portico di Charleston in mezzo a una pioggia caraibica mentre uscivano i risultati del South Carolina, ho portato un montgomery sotto braccio per tutta la Florida, mi sono fatto fregare da un tassista a Des Moines, ho scritto un articolo intero tutto con l’iPhone in un caucus del Nevada, ho rubato sei quaderni della Cnn al dibattito di Jacksonville e tre magliette di Politico a Des Moines, ho attraversato due deserti, ho perso tre carte d’imbarco, ho sentito storie fantastiche, mi sono ritrovato per due volte senza un soldo e una volta un barbone mi ha tossito addosso un pacchetto intero di sigarette. Ho dormito in splendidi letti e pessimi divani. Ho visto i candidati repubblicani parlare in ristoranti, alberghi, casinò, università, aziende, negozi per cani (Michelle Bachmann), capannoni, poligoni, negozi d’armi e centri culturali filippini. Ho twittato tutto quello che ho visto e ho scattato più di mille foto col cellulare. Ho scoperto centinaia di cose che mi hanno entusiasmato e altre centinaia le sto dimenticando. È stato un viaggio incredibile, nonostante la mattina del 19 gennaio all’aeroporto di Newark avessi pensato che, in fondo, fosse una cazzata. Ho avuto tanti lettori che non mi sarei aspettato e che mi hanno reso felice e accompagnato in tutto il viaggio, non facendomi sentire mai solo. Ho parlato su Twitter e Facebook con tante persone, loro sanno chi sono, che mi hanno fatto compagnia quando ero felice e quando ero stanco, quando avevo bisogno di una voce amica e quando invece stavo facendo tre cose contemporaneamente, e li ringrazio per questo, per aver viaggiato con me. Ho ricevuto complimenti e critiche per questo blog, e mi hanno fatto piacere entrambe le cose. È stato tutto perfetto cosí, e non me lo sarei mai immaginato. E alla fine di tutto questo, proprio il penultimo giorno, ho avuto la fortuna di parlare con un candidato alla presidenza. Grazie a un paisà dell’Iowa di nome Tom.

La nostra conversazione sarà oggi, giovedí 9 febbraio, su Libero. Questo blog non muore qua, riprenderà a viaggiare con me, magari verso il super tuesday del prossimo 6 marzo, magari invece solo fra le strade e i bar di New York. Non lo so nemmeno io. Quello che so è che mi sono divertito veramente tanto, che mi è tornato l’entusiasmo per questo lavoro e che continuerò a raccontare quello che vedo. Grazie a tutti! Ai miei genitori, che si sono iscritti entrambi a Twitter, a Martina, a Davide, a Domenico… E soprattutto grazie a Pier, che mi ha dato del coglione perchè queste cose non le scrivevo, a Christian, che a Des Moines si è preso cura di me e poi ha fatto tanta pubblicità a questo blog, e a Mario, senza cui oggi non farei il giornalista e non sarei in America.

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Il divano dell’ultima notte

Kelsey legge i miei stessi libri, e fa la giornalista per una rivista di Denver. Ha vestiti hipster e capelli biondi. È vegana, “ma le bistecche erano il mio piatto preferito”. Ha 22 anni e ha già fatto un master in giornalismo all’università del Missouri. Dopo la laurea voleva andare a New York, ma poi l’hanno assunta qua. “Mi pagano l’assicurazione”, mi spiega. È molto simpatica e la sua casa bella e ordinata. Ha un piccolo gatto trovato in mezzo alla neve che si chiama Leika, come la cagnetta spedita nello spazio dai russi. “Sto scrivendo un libro su quella cagnetta”, mi dice timidamente, “sei il primo che indovina il motivo del nome”. Deduco che il gatto non lo abbia visto nessuno, ancora. È la mia ultima sera e dormo sul suo divano, che sembra molto comodo. È un vecchio divano vintage che mi sembra perfetto per questa notte. Jeff era una persona estremamente buona e gentile, ma la sua ex fidanzata era orribile e mi faceva quasi paura. Era una casa dove si respirava malumore a pieni polmoni, ma a Jeff sembrava non importare. “Ho scelto la musica, è la mia passione”, mi ha detto quando ci siamo salutati con un abbraccio. “Andrò a Austin e cercherò lavoro come pompiere”. Austin è una roccaforte liberal nel cuore del Texas conservatore, da dove viene invece Kelsey. È di San Antonio, sua mamma è battista e suo papà metodista, molto religiosi. A lei invece non importa nulla. “Ti va una birra”, mi chiede appena posate le valige. “Certo”, le dico. “E ti piace Jack Kerouac”? Rispondo di sí. “Il bar dove andiamo era uno dei quattro che frequentava qua a Denver, si chiama Hornet”. Bella scelta. È vicino casa, e là incontreremo i suoi amici Pam e JT (che poi ho scoperto essere le iniziali dei suoi due nomi: John Terry). Tre Sierre Nevada e un whiskey più tardi torniamo a casa. È l’una di notte e sono ubriaco, ma lo nascondo con destrezza. Mi hanno voluto offrire tutto loro. “Li ho conosciuti mentre seguivo Occupy Denver per la rivista”, mi racconta Kelsey lungo la strada. “JT lo hanno arrestato una decina di volte”. Quando durante la serata raccontava dei suoi arresti pensavo che scherzasse. Dormo profondamente, e probabilemente russo. Mi sveglio alle cinque per controllare la posta. Ha ragione Martina, sono un addict. Mi riaddormento e mi sveglia una telefonata alle 8. Devo completare la chiacchierata con Santorum e scrivere un pezzo su Santorum in Colorado. Fatto questo è ora di partire. Si torna a casa, dopo venti giorni.

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